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inserito il 05/11/2016
Giovani, lavoro e messaggio cristiano


Relazione tenuta da Sua Eccellenza il Vescovo all'inaugurazione della Scuola di Dottrina Sociale della Chiesa il 5 novembre 2016 al Centro Diocesano Multimediale di Vibo Valenti

Premessa

            Il tema del lavoro, o forse meglio del non lavoro, in questi ultimi anni in particolare è di grande attualità e drammaticità in questo periodo. Ed è un grosso problema soprattutto per i giovani alla ricerca del primo lavoro. E' un vero dramma vedere come tanti giovani hanno addirittura rinunciato a cercarlo e qualche altro lo trova su strade deviate.

           
Mi piace partire da quanto Papa Francesco qualche tempo fa ha detto sul problema del lavoro in occasione di una Udienza generale in Piazza S. Pietro: “Ieri ho ricevuto un video-appello da parte degli operai della Lucchini di Piombino, inviatomi prima della chiusura dell’altoforno, che mi ha davvero commosso. Sono rimasto triste. Cari operai, cari fratelli, sui vostri volti erano dipinte una profonda tristezza e le preoccupazioni di padri di famiglie che chiedono solo il loro diritto di lavorare per vivere dignitosamente e per poter custodire, nutrire ed educare i propri figli. Siate sicuri della mia vicinanza e della mia preghiera; non scoraggiatevi, il Papa è accanto a voi e prega per voi, affinché quando si spengono le speranze umane, rimanga sempre accesa la speranza divina che non delude mai. Cari operai, cari fratelli, vi abbraccio fraternamente; e a tutti i responsabili chiedo di compiere ogni sforzo di creatività e di generosità per riaccendere la speranza nei cuori di questi nostri fratelli e nel cuore di tutte le persone disoccupate a causa dello spreco e della crisi economica. Per favore, aprite gli occhi e non rimanete con le braccia incrociate!”

            E’ da tempo che il S. Padre sta ripetendo che il lavoro dà dignità all’uomo, senza lavoro o col lavoro sfruttato l’uomo scade e perde la sua dignità più vera. E non vale la scusa della contingenza particolare di crisi che il mondo sta attraversando. “Una delle cause di questa situazione  - scrive ancora il Papa nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” -  si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo”. (n. 55)
            Invece si deve partire dal riconoscimento dei suoi diritti fondamentali, fondativi della dignità della persona umana. La “Rerum novarum” di Leone XIII, l’Enciclica profetica della questione sociale, già nel 1891 sostenne che “è un dovere sottrarre il povero operaio dall’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come se fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccare il corpo”. (n. 33) Malgrado questa suonata, il mio non vuole essere certamente un discorso sindacale, ma mi serve per entrare a presentare una visione cristiana del lavoro, come è detto nel titolo di questa conversazione.

            A partire dalla Rerum Novarum

            Voglio partire proprio dall’Enciclica di Leone XIII, che ha consacrato il senso ed il valore del lavoro nel contesto della Dottrina sociale della Chiesa. Quelle intuizioni sono state riprese ed approfondite anche nei successivi documenti pontifici, particolarmente quelli commemorativi della stessa Enciclica (dalla Quadragesimo anno di Pio XI fino alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II) e soprattutto nell’Enciclica “Laborem Exercens”, dello stesso Giovanni Paolo II del 1981. 

            A prescindere da ogni ideologia, soprattutto le visioni marxista e capitalistica dell’economia e del lavoro, e da ogni sistema socio-economico applicato, occorre preliminarmente mettere in risalto “il primato dell’uomo nel processo di produzione, il primato dell’uomo di fronte alle cose. … L’uomo come soggetto del lavoro, ed indipendentemente dal lavoro che compie, l’uomo, egli solo, è una persona. Questa verità contiene in sé conseguenze importanti e decisive”. (cf. Lab. Ex., n. 12). Con la parola ‘lavoro’ viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni delle quali l’uomo è capace. “Il lavoro, scrive Giovanni Paolo II, è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza. Con il lavoro l’uomo porta su di sé il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso la stessa sua natura”. (cf. L.E., Saluto introduttivo). Proprio per questa peculiarità dell’uomo, il lavoro non può essere una merce liberamente acquistata e venduta sul mercato, il cui prezzo è regolato dalla legge della domanda e dell’offerta, “senza tener conto del minimo vitale necessario per il sostentamento della persona e della sua famiglia”. (cf. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1991, n. 4).
            La dignità del lavoratore in quanto tale e, perciò stesso la dignità del  lavoro, costituiscono un suo diritto fondamentale imprescindibile. In questo senso Leone XIII qualifica il lavoro come “personale” perché la forza attiva è inerente alla persona e del tutto propria di chi la esercita, ma nello stesso tempo il lavoro ha una “dimensione sociale” per la sua intima relazione sia con la famiglia, sia anche col bene comune.E’ “il lavoro degli operai che produce la ricchezza degli Stati”.

            Da questi presupposti parte la Rerum Novarum per affermare il diritto di proprietà privata, anche quando si tratta dei mezzi di produzione. Su questo è ritornato anche Giovanni XXIII nell’Enciclica Mater et magistra.
            Il diritto alla proprietà privata diverge radicalmente sia dal collettivismo proclamato dal marxismo, sia dal capitalismo, praticato dal liberalismo e dai sistemi politici che ad esso si richiamano. E’ pur vero, come precisa la Laborem exercens, che nel caso del capitalismo “la differenza consiste nel modo di intendere lo stesso diritto di proprietà. La tradizione della Chiesa non ha mai sostenuto questo diritto come un qualcosa di assoluto ed intoccabile. Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell’intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell’uso comune, alla destinazione universale dei beni”. (n. 14) Dio ha dato la terra a tutto il genere umano "perchè essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere, nè privilegiare nessuno". (Centesimus annus, n. 31)

            La proprietà si acquista prima di tutto con il lavoro perché essa serva al lavoro. Questo è da riferire in particolare anche alla proprietà dei mezzi di produzione. Considerare questi isolatamente “come un insieme di proprietà a parte, al fine di contrapporlo nella forma del <capitale> al <lavoro> e ancor più di esercitare con essi lo sfruttamento del lavoro, è contrario alla natura stessa di questi mezzi e del loro possesso. Essi non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere nemmeno posseduti per possedere perché l’unico titolo legittimo al loro possesso  - e ciò sia nella forma della proprietà privata, sia in quella della proprietà pubblica o collettiva -  è che essi servano al lavoro; e che conseguentemente, servendo al lavoro, rendano possibile la realizzazione del primo principio di quell’ordine che è la destinazione universale dei beni ed il diritto al loro uso comune”. (ivi, n. 14).

            Appare evidente perchè la Rerum Novarum ed il Magistero susseguito, hanno preso in qualche modo le distanze dai due sistemi sociali ed economici dominanti: il socialismo ed il liberalismo.
            Al socialismo si addebita il fatto di natura antropologica che “considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale”. In questo modo “l’uomo è ridotto a una serie di relazioni sociali e scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale;… viene a dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano, il che gli rende molto più difficile riconoscere la sua dignità di persona”. (cf. Centesimus annus, n. 14). Nella dottrina sociale della Chiesa “la socialità dell’uomo non si esaurisce nello stato, ma si realizza nei diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno  - sempre dentro il bene comune -  la loro propria autonomia”. E’ quello che è Giovanni Paolo II chiama “la soggettività della società che, insieme alla soggettività dell’individuo, è stata annullata dal <socialismo reale>”. (cf.ivi). Questo giustifica perché la Chiesa si oppone alla statalizzazione degli strumenti di produzione, che ridurrebbe ogni cittadino ad un pezzo dell’ingranaggio della macchina dello Stato.
            Scrive Papa Francesco nella Laudato si': "Il bene comune presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale" (n. 157).

            Non meno determinata è la dottrina sociale della Chiesa nei confronti del liberalismo economico, che trova espressione nel capitalismo, nell’affermare “il principio della priorità del lavoro nei confronti del capitale” cf. L.E., n. 12). La statalizzazione dei mezzi di produzione non può essere sostituita dalla privatizzazione degli stessi con gli analoghi meccanismi perversi a discapito della dignità dell’uomo. Il lavoro “è sempre una causa efficiente primaria, mentre il capitale, essendo solo uno strumento dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale”. (cf. L.E., n. 12). Questo non significa che capitale e lavoro debbano essere contrapposti o separati. L’antinomia tra lavoro e capitale, scrive ancora Giovanni Paolo II, “non ha la sua sorgente nella struttura del processo di produzione e neppure in quella del processo economico. In generale questo processo dimostra la reciproca compenetrazione tra il lavoro e ciò che siamo abituati a chiamare il capitale; dimostra il loro legame indissolubile. L’uomo … col suo lavoro entra in un duplice patrimonio, cioè nel patrimonio di ciò che è dato a tutti gli uomini nelle risorse della natura, e di ciò che gli altri hanno già in precedenza elaborato sulla base di queste risorse, prima di tutto sviluppando la tecnica, cioè formando un insieme di strumenti di lavoro sempre più perfetti: l’uomo lavorando subentra nel lavoro degli altri”. (cf. L.E., n. 13). Questa sinergia di intenti e di interessi trova piena giustificazione nello spirito della solidarietà e della sussidiarietà, fondamento di ogni società a dimensione umana ed aggiungiamo cristiana.
            La solidarietà, come scrive Benedetto XVI nell’Enciclica “Caritas in veritate”, è anzitutto “sentirsi tutti responsabili di tutti” (n. 38), la sussidiarietà è “un aiuto alla persona…quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici”.(n.57).
            La logica cristiana va oltre la logica del profitto e dell’economia di mercato per proporre, in spirito evangelico, la reciprocità fraterna ed un’economia della gratuità davanti alle situazioni di emergenza e di povertà estrema. “Senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia” (cf. C. in V., n. 38). E' sempre papa Benedetto che sottolinea come “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la sua funzione economica”. (ivi, n. 35) Questo non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali, senza dimenticare che “l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda la totalità della persona in ogni sua dimensione”. (cf. Paolo VI, Populorum Progressio, n. 14).
            La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto come indicatore del buon andamento di un’azienda quando “i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, sottolinea Giovanni Paolo II, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. E’ possibile che i conti economici siano in ordine e insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità”. (cf. Centesimus annus, n. 34)

            C’è un’altra cosa da considerare a proposito del lavoro come attività umana. Essa, l'attività umana, leggiamo nella “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II, “come deriva dall'uomo così è ordinata all'uomo. L'uomo, infatti, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L'uomo vale più per quello che « è » che per quello che «ha». Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano dei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la base materiale della promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo a realizzarla. Pertanto questa è la norma dell'attività umana: che secondo il disegno di Dio e la sua volontà essa corrisponda al vero bene dell'umanità, e che permetta all'uomo, considerato come individuo o come membro della società, di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione”. (n. 35)
            Papa Francesco nell'Enciclica “Evangelii gaudium”, con coraggio pone all’attenzione “Alcune sfide del mondo attuale”, che non possiamo ignorare o snobbare. “L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo”. (n. 52)  
            Non si può accettare a cuor leggero, come se nulla fosse, una “economia della esclusione”, come purtroppo oggi succede nel silenzio generale. “Come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, dice il Papa, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità” (sperequazione). Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono <sfruttati>, ma rifiuti, <avanzi>”. (n. 53)

            Trasferiamo questo concetto alla logica di economia di mercato oggi perseguita per avere il quadro del rischio che oggi corre la società. Siamo ben lontani dalla idealità, ma insieme dalla tremenda illusione, della scritta sul cancello di Auswschtz “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). Così dovrebbe essere. Tramite il lavoro l’uomo assolve, o dovrebbe assolvere al compito ricevuto dal Creatore di “assoggettare la terra”, non nel senso di sfruttarla a suo uso e consumo fuori da ogni regola, ma nel senso di prendersi cura del creato utilizzando bene le risorse anche tecnologiche e valorizzando il lavoro stesso come strumento di relazione per costruire la “comunità degli uomini”,
            Non una società di mercato dove tutto si riduce ad economia e profitto; una società dove, come scrive Papa Benedetto, “le persone tendono a coltivare la pretesa di non dover niente a nessuno, tranne che a se stesse. Ritengono di essere titolari solo di diritti e incontrano spesso forti ostacoli a maturare una responsabilità per il proprio e l’altrui sviluppo integrale. Per questo è importante sollecitare una nuova riflessione su come i diritti presuppongono doveri senza i quali si trasformano in arbitrio”. (cf. Caritas in veritate, n. 43).

            Conclusione
            In questa nostra società occorre abituarsi certamente a considerare il lavoro nella sua dimensione plurale e abituarci a convivere con la sua frammentazione. La frammentazione del lavoro, comunque, non deve costituire un alibi per giustificare la frammentazione dell’uomo. Come diceva Giovanni Paolo II nella Laborem exercens “è il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro”. Occorre che si affermi, in altre parole, la cosiddetta “ecologia sociale del lavoro” e che quindi si ricuperi la dignità del lavoro senza né idolatrarlo, né mortificarlo.
             Il lavoro umano, leggiamo nel “Compendio della Dottrina sociale della Chiesa” pubblicato nel 2005, “ha una duplice dimensione: oggettiva e soggettiva. In senso oggettivo è l'insieme di attività, risorse, strumenti e tecniche di cui l'uomo si serve per produrre, per dominare la terra, secondo le parole del Libro della Genesi. Il lavoro in senso soggettivo è l'agire dell'uomo in quanto essere dinamico, capace di compiere varie azioni che appartengono al processo del lavoro e che corrispondono alla sua vocazione personale: « L'uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come “immagine di Dio” è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come persona, l'uomo è quindi soggetto del lavoro ».
            Il lavoro in senso oggettivo costituisce l'aspetto contingente dell'attività dell'uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche. In senso soggettivo si configura, invece, come la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel che l'uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale. La distinzione è decisiva sia per comprendere qual è il fondamento ultimo del valore e della dignità del lavoro, sia in ordine al problema di un'organizzazione dei sistemi economici e sociali rispettosa dei diritti dell'uomo”. (n. 270)
            E’ importante la soggettività del lavoro perché gliconferisce “la sua peculiare dignità, che impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale dell'organizzazione produttiva. Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è « actus personae ». Qualsiasi forma di materialismo e di economicismo che tentasse di ridurre il lavoratore a mero strumento di produzione, a semplice forza-lavoro, a valore esclusivamente materiale, finirebbe per snaturare irrimediabilmente l'essenza del lavoro, privandolo della sua finalità più nobile e profondamente umana. La persona è il metro della dignità del lavoro: « Non c'è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona »”. (n. 271).
            Alla luce di ciò, “la dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella oggettiva, perché è quella dell'uomo stesso che compie il lavoro, determinandone la qualità e il valore più alto. Se manca questa consapevolezza oppure non si vuole riconoscere questa verità, il lavoro perde il suo significato più vero e profondo”. (n. 271)
            Il lavoro umano “non soltanto procede dalla persona, ma è anche essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa. Indipendentemente dal suo contenuto oggettivo, il lavoro deve essere orientato verso il soggetto che lo compie, perché lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro, rimane sempre l'uomo. Anche se non può essere ignorata l'importanza della componente oggettiva del lavoro sotto il profilo della sua qualità, tale componente, tuttavia, va subordinata alla realizzazione dell'uomo, e quindi alla dimensione soggettiva”. Ecco perchè “Il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro” ed ecco perché “« lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall'uomo - fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione addirittura più emarginante -  rimane sempre l'uomo stesso »”. (n. 272)
                Mi piace concludere con il concetto di “custodire e coltivare”, con cui Papa Francesco nell’Udienza generale del 5 giugno 2013, in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente promossa dalle Nazioni Unite, ha dato contenuto e volto al lavoro in senso cristiano:
“Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. (Ecco il lavoro). Benedetto XVI ha ricordato più volte che questo compito affidatoci da Dio Creatore richiede di cogliere il ritmo e la logica della creazione. Noi invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Stiamo perdendo l’atteggiamento dello stupore, della contemplazione, dell’ascolto della creazione; e così non riusciamo più a leggervi “il ritmo della storia di amore di Dio con l’uomo”. Perché avviene questo? Perché pensiamo e viviamo in modo orizzontale, ci siamo allontanati da Dio, non leggiamo i suoi segni. Ma il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia, ma di etica e di antropologia. La Chiesa lo ha sottolineato più volte; e molti dicono: sì, è giusto, è vero… ma il sistema continua come prima, perché ciò che domina sono le dinamiche di un’economia e di una finanza carenti di etica. Quello che comanda oggi non è l'uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano. E Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. noi abbiamo questo compito! Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”. Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità".
            Sono espressioni e parole molto dure, ma di grande attualità. Parole come attenzione, passione, dedizione, sono guida indispensabile per l’uomo che lavora, così come per l’uomo che studia e porta avanti i suoi progetti. Chi lavora, oggi è chiamato ad una responsabilità ulteriore: creare opportunità per chi, invece, è uscito o non è mai entrato nel mercato del lavoro. Il vero rischio per chi non lavora è di restare solo; è il disfacimento della relazione umana. Il lavoro aiuta a liberare l’uomo, lo rende responsabile, impegnato e capace di faticare per vivere meglio con gli altri. Da soli si muore, come diceva una vecchia canzone.

            Leggiamo nella Laudato si': "Il lavoro dovrebbe essere l'ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l'esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che si continui a perseguire quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro per tutti". (n. 127)
           
            Nel lavoro è in gioco l’umanità stessa dell’uomo perché è espressione della sua persona, della sua intraprendenza e del suo ingegno. Per questa ragione l’uomo ha diritto al lavoro; senza di esso perde dignità e non può realizzarsi come persona, dotata di intelletto e creatività, e non può offrire il suo contributo al bene comune. Un contesto sociale incapace di offrire lavoro ad ampie fasce della popolazione si condanna di fatto alla recessione e all’impoverimento non solo economico, ma ancor più culturale ed antropologico. Occorre con coraggio darsi da fare per la promozione del lavoro per una riforma vera della società. I giovani soprattutto non possono stare a guardare senza prospettive.

            Concludo con questo riferimento personale. Nell'Udienza generale in Piazza S. Pietro del 25 marzo 2015 ho accompagnato una folta delegazione di dipendenti della Provincia di Vibo a rischio di licenziamento e non pagati da mesi. Per essi il Papa riservò questa attenzione: "Saluto con speciale affetto i lavoratori della Provincia di Vibo Valentia, che stanno vivendo una grave situazione economica. Desidero unirmi agli interventi del loro Vescovo, Mons. Luigi Renzo, esprimendo la mia preoccupazione e vicinanza ai loro assillanti problemi. Rivolgo un accorato appello, affinché non prevalga la logica del profitto, ma quella della solidarietà e della giustizia. Al centro di ogni questione, specialmente di quella lavorativa, va sempre posta la persona e la sua dignità: per questo avere lavoro è una questione di giustizia, ed è una ingiustizia non avere lavoro! Quando non si guadagna il pane, si perde la dignità! E questo è il dramma del nostro tempo, specialmente per i giovani, i quali, senza il lavoro, non hanno prospettive per il futuro e possono diventare facile preda delle organizzazioni malavitose. Per favore, lottiamo per questo: la giustizia del lavoro".
            Con queste parole di Papa Francesco posso tranquillamente concludere ringraziando tutti per la benevola attenzione.

 

+ Luigi Renzo                       
Vescovo di Mileto - Nicotera - Tropea

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