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Omelia per l'Apertura del Sinodo Diocesano

Nella celebrazione eucaristica in occasione della solennità della Dedicazione della Basilica Cattedrale di Mileto, avvenuta il 25 ottobre 1930 per mano di S. Ecc. Mons. Paolo Albera, si è ufficialmente aperto il Sinodo Diocesano che vedrà impegnata la Chiesa di Mileto-Nicotera-Tropea per i prossimi tre anni.
Ecco le parole che il vescovo ha rivolto ai presbiteri e ai tanti fedeli presenti alla celebrazione.


Saluto e ringrazio le autorità presenti. Grazie particolare ai Sacerdoti, Religiosi e Religiose, a tutte le componenti ecclesiali, grazie ai nostri Seminaristi venuti apposta da Catanzaro.
Con la proclamazione da parte del Cancelliere Vescovile della Bolla di Indizione, siamo entrati nel Sinodo Diocesano, un evento storico di cui avvertiremo gli effetti positivi alla fine, anche se le prospettive di novità e di originalità saranno frutto di quanto nei prossimi tre anni saremo capaci di costruire e focalizzare.
Non sfugge, allora, l'importanza ed il valore grande del cammino di riflessione sinodale che stiamo per intraprendere, affidandoci totalmente e facendoci guidare dallo Spirito del Signore. La preghiera e l'ascolto reciproco saranno, pertanto, il clima costante che ci potranno garantire passi sicuri ed illuminati, tenendo come riferimento personale e comunitario lo sforzo di essere "lievito" di crescita umana, civile e religiosa in questo nostro mondo dai mille volti, talora indecifrabili, altre volte contraddittori, ma sempre stimolanti per una Chiesa che vuole accettare la sfida di un confronto e di un dialogo e che, anzi, vuole porsi essa stessa come sfida per uscire e superare le anomalie di una cultura senza riferimenti di verità, caratterizzata spesso da indifferenza, da uno scaricamento di responsabilità, da atteggiamenti diffusi che portano a sentirsi padroni di fare ciò che si vuole, con la pretesa di non dover rendere conto a nessuno.
Questo diventa particolarmente pericoloso nella Chiesa perchè porta a tradire lo spirito di unità e di comunione, suo volto identificativo ed irrinunciabile. Ci è posta davanti come modello la prima comunità cristiana, in cui i credenti "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera". (At. 2,42).
Dovrà essere questo il parametro e l'unità di misura del nostro ascoltarci e della nostra ricerca, rispettandoci tutti con la prospettiva di un percorso comune e condiviso, segnato e condotto da fedeltà ed obbedienza, se vogliamo anche sofferta, alla volontà e alla Parola del Signore, mettendo da parte lo stile "salottiero", come lo chiama Papa Francesco, di una Chiesa che parla molto e conclude poco.
Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato (Lc. 12,39-48), con la parabola dell'amministratore/servo di fiducia ci ha posto davanti alla nostra responsabilità: "Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente che il padrone metterà a capo della sua servitù?", si chiede e ci chiede Gesù. L'ambivalenza delle risposte prospettate dalla parabola suonano come un campanello di allarme per la nostra vita di semplici cristiani ed ancor più di pastori della comunità che Gesù ci ha affidato.
Se Gesù ce ne parla e ci mette sull'avviso di un possibile allentamento di tensione spirituale che può derivare da una incolore "pastorale di routine" per i pastori, o da un adattamento a modelli culturali e sociali poco conciliabili con una vita cristiana degna di tale nome, vuol dire che questo rischio lo corriamo seriamente. Ecco perchè ci raccomanda di "tenerci pronti" per non lasciarci "scassinare la casa": "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli". (Lc. 12, 37). Gesù, come sempre, è forte e mirato nel suo dire, da non lasciare spazi ad interpretazioni di compromesso.
Il Sinodo dovrà caratterizzarci come "discepoli e pastori" che attendono il Signore, custodiscono la sua casa e guidano il suo popolo sapendo di "dover rendere conto" a Lui. La vita, la fede, il ministero sacerdotale sono un dono per ciascuno, sono un talento con cui dobbiamo quotidianamente misurarci e su cui un giorno saremo chiamati a rendicontare. Questo fatto, più che metterci paura - Gesù non mette paura a nessuno - ci richiama reciprocamente a responsabilità comuni non di facciata: un'appartenenza neutra è scialba e genera la proverbiale evangelica "sterilità del fico". (Mc. 11,12-14).
Viviamolo, allora, con intensità e generosa disponibilità questo Sinodo, durante il quale saremo chiamati a cavalcare al trotto per non lasciare che il Signore "passi inutilmente" per le nostre strade. I cristiani, pertanto, siamo chiamati a prestare ogni ascolto con l'intento di recuperare la freschezza originale del Vangelo per aprire nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressioni, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale, senza lasciarci imbrigliare ed imprigionare dentro "schemi noiosi", vecchi e privi degli stimoli nuovi tipicamente evangelici.
In questo contesto, per costruire e camminare insieme, occorre rinfrescare il valore dell'unità e della fraternità, anima viva della comunione ecclesiale e presbiterale. Citando ancora Papa Francesco: "Occorre sentire che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco", (cf. Laudato si', n.229), anzi ci ha fatto perdere mordente e talora credibilità.
Niente dobbiamo tralasciare al caso nel nostro testimoniare la gioia del Vangelo, che deve vederci impegnati, come si dice, a 360 gradi. La Chiesa ed i cristiani dobbiamo riuscire a ricuperare, ripeto, lo spirito e la forza del lievito, senza paura di sporcarci le mani nella pasta del pane di grano profumato. Per l'impasto non dimentichiamo che abbiamo disponibile "l'acqua viva che zampilla per la vita eterna", che Gesù non ci farà mancare.
Il Sinodo Diocesano, avviandomi alla conclusione, dovrà aiutarci a coltivare una "pastorale contestualizzata" ed inculturata nella nostra situazione particolare, una pastorale capace di farci rinunciare al "si è fatto sempre così" per far cogliere la novità dei "segni dei tempi" perchè, con discernimento pastorale comunitario, possiamo interpretarli alla luce del Vangelo, in modo tale che la nostra Chiesa possa rispondere oggi "ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonchè le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole" (cf. GS, n. 4) per penetrarlo col lievito nuovo della grazia e dell'amore evangelico. E' giunto il momento di rimboccarci tutti le maniche ed andare con Gesù tra la gente. Ci dia forza e coraggio nel nostro cammino sinodale la benedizione del Signore e ci accompagni la protezione materna della Madonna e l'intercessione dei nostri Santi Patroni. Buon Sinodo a tutti.

+ Luigi Renzo, vescovo